"SOLO L'ASSENZA DI CERTEZZE PUÒ AIUTARCI A RESTARE LIBERI"
(Roberto Esposito)
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mercoledì 2 febbraio 2022

I DIARI DEL PADRE


 Oggi sono stata a visitare una delle molte mostre sulla memoria che Bolzano, “città della memoria “ ha allestito questo inizio d’anno. Ha contribuito a farmi finalmente decidere ad affrontare un lavoro che so già complicato e lungo.

Tra le mani ho sei libricini con la copertina nera, le date coprono un periodo che va dal 7 maggio 1939 all’agosto del 1945.

Scrittura minuta, fitta, su pagine di altrettanto minuti quadernetti. Talvolta chiara, altre più confusa o sbiadita la grafia è quella di nostro padre morto poco meno di vent’anni fa.
Ora che sono tornata quassù, proverò, con mia sorella che li ha custoditi e letti qua e la con fatica, a scansionare, rendere più chiaro, decifrare e ricopiare ciò che raccontano.

Appunti di cose da fare, elenchi di nomi, pensieri e racconti di infiniti giorni di naia e di guerra.

Spero che la mia incostanza non mi impedisca di completare il lavoro

domenica 15 ottobre 2017

LA SETE

Ovvero: un segno dei tempi.

Se, quando ero bimba, a scuola o in palestra avevo sete, andavo in bagno e, con la mano a coppa, la punta delle dita sotto il getto del rubinetto, accostavo le labbra alla base del palmo e bevevo.

Spesso l’acqua scorreva lungo il polso sino al gomito e gocciolava nella manica, per evitarlo qualche volta strofinavo il rubinetto in un tentativo di pulizia e attaccavo le labbra suggendo soddisfatta.

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Un gruppo di bambini in età da scuola elementare fa capriole e salti davanti a queste panche, mi pare siano abbastanza attenti e non confondono le loro bottigliette.

Tufferanno mai il viso in un torrente per bere? Useranno mai un culmo di una qualche erba selvatica per succhiare l’acqua da un rigagnolo?

Non credo. Peccato l’acqua bevuta così è buonissima ve lo assicuro.

sabato 3 giugno 2017

MERLOT SALVATO DALLE ACQUE

Ovvero: narrazione strappa lacrime delle avventure di un gatto,  con lieto fine.

Alle 13.40 di mercoledì ho ricevuto una telefonata con una richiesta d’aiuto, ecco la storia.

Una grande cantina vinicola è un luogo complicato, un ettaro e mezzo di accaio e ingranaggi con acqua che scorre ovunque.
Quando non si è in vendemmia o nel pieno dei lavori di vinificazione, si fa manutenzione; insomma, non è un posticino tranquillo in cui passeggiare. 2006-07-070020

In primavera si sa non c’è un gran via vai d’uve e quindi la zona di scarico è uno degli angoli meno frequentati.

Una gatta inesperta ha quindi pensato che, se si fosse tenuta, diciamo così, alla periferia, in zona di scarico appunto, avrebbe potuto trovare un nido adatto a partorire.2006-07-070022

Peccato che la micia non poteva immaginare che quello che lei giudicava un’angolo tranquillo, sarebbe diventato alcune settimane dopo un punto soggetto a manutenzioni e lavori.

Il traffico del lavoro non è piaciuto alla gatta che è stata vista aggirarsi inquieta e preoccupata per la cantina, ma nessuno poteva sapere che  proprio li attorno s’era sgravata. 2006-07-070028A

Venerdì scorso un elettricista al lavoro ha sentito un flebile miagolio e cerca che ti ricerca ha trovato, in una tramoggia di scarico, accanto ad un piano di ribaltamento, uno sparuto micino disperato, denutrito ed abbandonato dalla gatta che, o disturbata dai lavori o incapace di raggiunerlo nella fossa, lo aveva lasciato solo.

Il minuscolo micio di poche settimane è stato raccolto dall’elettricista e consegnato al gattile per le cure del caso.2006-07-070043

Passano i giorni e la settimana successiva si sentono altri miagolii lievi lievi. Non si trova nulla, si cerca ancora orientandosi con il pianto, finchè ci si rende conto che non dalla tramoggia vengono i suoni ma da sotto il piano di ribaltamento. È una grande lastra di accaio zigrinato su cui i camion senza ribaltabile vengono fissati  con catene poi grazie ai pistoni nascosti al di sotto vengono rovesciati.
Sotto la lastra c’è dunque una buca di difficile accesso che ospita i meccanismi di spinta.

Il mio compagno ci si infila e una triste scoperta lo aspetta: due gattini morti da qualche giorno uno affianco all’altro. Eppure un miagolio lui era certo di averlo sentito.2006-07-070045

Sotto la buca dei pistoni c’è una fossa di scolo, un sottosuolo intricato e profondo allagato di acque piovane e di lavaggio con una piccola botola di ispezione, molto piccola.

Vuoi che uno non sia caduto laggiù?

Fortuna che Bobbedol è magro, stringendo le spalle si intrufola in quel buio, la torcia illumina il fondo coperto da una spanna d’acqua, a lato un isolotto di detriti di 20 cm di diametro.

Sull’isolotto un cosino minuscolo chiama.

Avete mai salvato un gattino in difficoltà? Sono graffi e morsi assicurati, per quanto bisogno di aiuto abbia, la paura predomina e contro l’enorme umano che protende la mano il micio si difende.

Questa volta no, si affida subito al soccorritore, che se lo appoggia al petto,  comincia subito a fare le fusa pronto per la risalita verso la luce.

Probabilmente l’acqua che rendeva tanto inospitale quel pozzo ha salvato il gattino, caduto più in basso dei fratellini morti, consentendogli d bere.2006-07-070060

Ecco dunque la telefonatata:

-Vieni subito in cantina, porta qualcosa per un gattino abbandonato e dentrito di si e no 30 giorni.

Acqua e zucchero, una siringa senz’ago un po di una scatoletta da diluire eventualmente in acqua, cesta dove metterlo e via di corsa.

Nel magazzino della cantina su una pila di scatoloni attorniato dagli operai ecco il salvato.

Gli occhi ancora blu da lattante ha disdegnato acqua  zucchero e siringa, ha subito addentato un po di scatoletta che gli porgevo, e con essa il mio dito.

AIH! Bene vuole vivere!
E aveva già ricevuto un nome, salvato dall’acqua sotto una buca in cui si scarica l’uva MERLOT, Bobbedol il cantiniere l’aveva battezzato.2006-07-070062
(Le foto del post le ho fatte in una cantina durante un concerto che vi si è tenuto qualche anno fa)

L’ho portato a casa, asciugato,  nutrito ogni mezz’ora con poca scatoletta per volta.
Ora delle 16, quando apriva il veterinario aveva già l’aria più vispa.

Eccovelo qui nelle mani della veterinaria, ve lo presento:20170531_9999_1a da grande avrà il pelo lungo,20170531_9999_5a
il musetto sveglio,20170531_9999_3a
e tanta energia.

La visita ha confermato il mese scarso d’età l’ottimo carattere, la denutrizione ma la buona salute complessiva, un po’ di congiutivite, qualche pulce e già molti vermi. Provveduto a tutto ciò, occorreva trovargli casa, abbiamo già due gatti di cui una in un periodo di pessima salute, non era il caso di aggiungerlo.

La profusione di fusa che distribuiva ha conquistato tutti, medici e persone in sala d’attesa. I veterinari si sono resi disponibili a tenerlo in osservazione qualche giorno e chi aspettava il suo turno ha subito provveduto a fotografarlo e a mettre la sua storia su FB

A sera tornando dai vetreniari per la terapia alla mia gatta ho avuto la buona notizia il micio aveva già trovato casa.

Era in collo ad una signora che gli mormorava parolette dolci mentre lui con la zampetta cercava di toglerle gli orecchini.

Chissà se gli lascerà il suo nome?

domenica 30 aprile 2017

1° MAGGIO STORIE DI LAVORO

 

Un libro di 133 anni fa da non perdere.

9788420662671

Buon “PRIMOMAGGIO” a chi lavora e a chi vorrebbe farlo.

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venerdì 17 marzo 2017

I VOUCHER ED IO

Ovvero il lavoro senza dignità.

Siamo in argomento, proprio oggi un decreto li abolisce, a partire dal 2018 però, niente fretta mi raccomando.

Questa sono io:

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L’anno passato la ditta in cui lavoravo decide di avviare le procedure di messa in liquidazione, migliaia di euro di iva non pagata e le casse vuote. Chi la gestiva si preoccupa però di cercare di tutelare chi ci lavorava. Fa un accordo con quelli che allora erano i nostri commercialisti che ritenevano la ditta “salvabile” e che  vollero “rilevarla” per quanto si possa rilevare una cooperativa, una falsa cooperativa forse è meglio dire.

Si impegnano a riassumere i dipendenti, e si comincia a “svuotare la ditta”.  Acquistano i beni strumentali, creano una nuova azienda (srls) a cui li intestano e cominciano ad assumere qualcuno degli operai con contratti a chiamata e a tempo determinato: siamo a fine giugno ed i nuovi contratti scadono a fine dicembre. Nella vecchia ditta ero l’unica impiegata gli altri tutti operai, rimango per ultima e a fine luglio vengo licenziata.  Nel frattempo ho seguito come segretaria entrambe le ditte, la morente e la nascente.

La nuova direzione ha avuto tutto il mese di luglio per decidere come assumermi, infine, decisione presa: i voucher!

-Si dai, così tu prendi un po’ di disoccupazione e noi risparmiamo-

-Già, però… come magazziniera, sai i voucher non sono previsti per gli impiegati, tu fai la segretaria ma ti segnamo come magazziniera, giusto per iniziare, poi ti assumiamo…-

E questi sono i Voucher con cui mii hanno pagata:voucher001

Perdonate, ho cancellato codice fiscale e parte della numerazione per ovvi motivi.

Per due mesi di lavoro 40 buoni: 20 voucher ad agosto e 20 a settembre, il resto tutto in nero, ma non i 10,00 euro del costo del voucher bensì i 7,50 così hanno risparmiato ancora un po’

Tanto se viene un controllo siamo a posto, noi i buoni per te li abbiamo attivati!.
Fino ad allora non occorreva nemmeno comunicare da quando a quando il lavoratore avrebbe prestato la sua opera, che tu facessi un’ ora o che ne facessi 16, l’importante era che i voucher fossero stati attivati, praticamente LA FESTA DEL LAVORO NERO.

Mi sono trovata, in un certo modo, anche dall’altra parte; ho dovuto cioè essere io ad attivare i voucer per altri.
In agosto la direzione era tutta in ferie e raggiungibile solo per telefono, occorreva fare un viaggio per un trasloco sino a Udine, decisero di far fare il viaggio anche a due facchini da pagare con i famigerati buoni. Dopo lunghi conciliaboli decisero che attivarne quattro a testa bastava, e così io feci.

Il viaggio Rimini Udine più veloce della storia: quattro ore andata e ritorno.

Poi il nostro governo si è reso conto che almeno occorreva che all’attivazione venisse comunicato da che ora a che ora l’operaio avrebbe lavorato.

È finita che a fine settembre mi hanno chiamata nei loro uffici di commercialisti (loro in ditta non c’erano mai),  hanno detto, vieni su subito appena smetti di lavorare che ti paghiamo il mese. Era un venerdì e rimasi molto stupita. Stupita ma non stupida e immaginai qualche inghippo.

Arrivai, mi pagaraono e dopo pagata mi chiesero le chiavi, da quel giorno non ho più lavorato. Dovetti giorni dopo attendere che ci fosse qualcuno disposto ad aprirmi in modo da recuperare le mie cose in ufficio.

Quelli della “nuova ditta” devono peraltro ancora pagare i mezzi acquisiti dalla vecchia che intendeva,  con quel denaro, pagare tutti i TFR, ne consegue che i TFR non sono stati ancora pagati.

Ma per fortuna il mondo è pieno di belle persone.

martedì 29 novembre 2016

NON POSSO FAR FINTA DI NIENTE

Ma visto che non ho le competenze per parlarne linko un articolo che mi è parso molto bello, è lungo, ma ne vale la pena.

OMAGGIO A FIDEL

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giovedì 25 febbraio 2016

LE GALLINE NON SONO SINGLE Seconda parte

 

Il mattino successivo mentre mi stavo preparando per andare al lavoro ecco che attutito e lieve ricompare il solito ò… ò… ò… OOOò. Prima di andare a scuola, i ragazzini non paghi dei giochi del giorno prima hanno voluto riprendere in mano il balocco, non per molto, appena un po’ forse per provare se il ninnolo fosse ancora così divertente.

Arriva la sera e mentre io sono in studio al pc ecco ancora, questa volta fortissimo, ò… ò… ò… OOOò, quasi fosse sul mio balcone.

Ma insomma basta! Alzo istintivamente gli occhi e guardo verso la porta finestra seminascosta dalle piante che nella cattiva stagione tengo li davanti, sperando che la poca luce invernale che entra basti a farle giungere vive a primavera.

Sobbalzo, sbatto le palpebre, mi sfrego gli occhi. Qualcuno mi guarda dal terrazzo, nel buio, all’altezza del mio viso, pupille brillanti, sguardo fiero... Capo coronato.

Non è possibile, ci risiamo!

(Qui il precedente parte1, parte 2, parte 3.  In un racconto riuscito molto meglio di questo.)

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Altro che ragazzini impertinenti. Questo è un GALLO! (il perché facesse coccodè come le galline anziché chicchirichì come ci si aspetterebbe proprio non lo so) E che razza di gallo un vero re del pollaio, impettito, lucente, colorato. Bargigli e cresta da gran signore di un rosso vermiglio, coda folta tra il nero ed il verde, collare screziato, veramente un bell’animale.

Questa volta contravvenendo alle mie regole ci vuole il flash

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Bello eh?

Che ci fai bellezza piumata sul mio balcone?
Memore dell’esperienza precedente di cui vi ho messo il link poco sopra mi sono risparmiata inutili sforzi nella ricerca dei proprietari e sono andata a colpo sicuro: Mamma Rosa del Ristorantino!

Rapida indagine on line per trovare il numero di telefono, ho fretta, se aspetto ancora un po’ diventa ora di cena e figurati che hanno tempo di pensare al gallo, posto che sia loro, con tutti i clienti a tavola.

Tuuu… tuuu… –Pronto?
- Buona sera signora, non è che…
-Deve prenotare? aspetti un momento…
-No signora, non devo prenotare…
-…?…
-Non è che per caso avete perso un gallo?
-Un gallo! Hem.. In effetti noi avremmo proprio perso un gallo alcuni giorni fa…
-Beh allora venite a prenderlo, è sul mio balcone!
-Sul suo balcone? Ma come, ma dove, ma perchè?
-Signora, si ricorda qualche anno fa? Avevate perso una gallina…
-Gallina? Siii! è vero mi ricordo ero venuta a prenderla io ma sono passati anni!
-Ecco, il gallo è nello stesso posto.
-Uuuh davvero? Per fortuna è buio e non si allontana più, mando subito mio figlio a prenderlo!

Mentre aspetto il figlio ne aproffitto per far conoscenza con l’ospite,

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gli scatti del flash, anche se non ho ancora osato avvicinarmi,  sembrano non disturbarlo, meglio, sarà più facile prenderlo.

Arriva il figlio, socchiudo un po’più la porta del balcone perchè possa acciuffarlo, ed il gallo…

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Vola giù

Ach, mi sembrava troppo semplice.

Inizia il rodeo, il gallo che scappa il figlio ed il mio compagno che lo inseguono. Mi spiace non ho documentazione fotografica della caccia ero troppo impegnata a ridere.

Come è come non è dopo un po’ riescono a bloccarlo in un angoletto ed il gioco è fatto.
Il baldo riproduttore finalmente catturato può tornare al suo harem.

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Che si sia voluto prendere una vacanza dalle sue molte mogli?

lunedì 22 febbraio 2016

LE GALLINE NON SONO SINGLE

Ovvero: corsi e ricorsi delle storie.
Un giorno di inizio febbraio, pomeriggio.
Stavo come al solito pasticciando per casa tranquilla tranquilla, quando il silenzio viene improvvisamente infranto da un ò… ò… ò… OOOò , ripetuto, ò… ò… ò… OOOò , e ancora, ò… ò… ò… OOOò , ancora… Sempre identico, nessuna variazione di timbro, volume numero ò di prima dell’OOOò. Ecchecazz di suoneria malefica si sono scelti i ragazzini dei vicini per il cellulare! Uff che palle di nuovo ò… ò… ò… OOOò, ò… ò… ò… OOOò, ò… ò… ò… OOOò… Quasi quasi esco e li strozzo, proprio sotto le mie finestre devono mettersi a fare la gallina e rompere le scatole? Che hanno oggi quei demonietti?
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Poi , finalmente, mi sovviene: febbraio, martedì… Aaah è martedì grasso! Che vecchia bisbetica insofferente sto diventando, sarà sicuramente uno di quei giochini a forma di barattolo con lo spago che esce da sotto, chi se li ricorda? Tiri lo spago dall’alto al basso e la membrana a cui il filo è fissato sul fondo del barattolo fa il verso della gallina: ò… ò… ò… OOOò, ò… ò… ò… OOOò, ò… ò… ò… OOOò. Ho cercato la foto in internet, ma incredibilmente non la ho trovata, sarà perché non so bene che parole chiave inserire, (verso della gallina, barattolo, carnevale, spago) sarà che io a cercare sono una frana, comunque sia non lo ho trovato immagini a parte una ma di un aggeggio analogo fatto in casa.
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(Preso da qui)
Smettila di brontolare Vera, lascia giocare i ragazzini in giardino, stai diventando come la “Vecchia Caccamolla”
-La Vecchia Caccamolla? Chi è costei?-
Non è più, ma era una anziana signora che, quando io bimba abitavo in un piccolissimo rione a Terre Alte, viveva vicino a casa nostra, le sue finestre si affacciavano sulla piazzetta, che era sempre il punto di raduno di tutti ragazzini del circondario.
Era una donna molto scontrosa un po’ svanita che, costantemente adirata, minacciava urlando di chiamare la polizia, di picchiarci col randello, di rovesciarci addosso il pitale. L’ultima però non si limitava ad essere solo una minaccia, capitava che aprisse la finestra e capovolgesse il vaso da notte fuori dal davanzale nel vano tentativo di farci arrivare il contenuto in testa.
Già il fatto che negli anni sessanta una anziché il cesso usasse il pitale la dice lunga sul soggetto, comunque sia figuratevi che stavamo li a ricevere l’immonda doccia, a sette anni eravamo svelti come gatti e dispettosi come mosche, otteneva solo di far aumentare il volume dei nostri strilli, che a quel punto anziché riguardare i giochi, proprio contro di lei si rivolgevano.
Pauli coniò per lei il soprannome “Vecchia Caccamolla” e utilizzandolo prontamente ci lanciavamo in sabbatici girotondi cantilenandole sotto la finestra:
Vecchia Caccamolla, Vecchia Caccamolla, Vecchia Caccamolla… Dando una bella mano alla sua ira.
Con lei oltre al figlio strambo ma innocuo abitava un fratello, lui non era solo un po’ svitato, era proprio pazzo e un giorno capitò che precipitandosi fuori casa ci inseguisse brandendo sopra il capo, coperto da un incredibile cappello a quadretti bianchi e neri, un’ accetta, con l’intento di usarla su di noi. Grazie ai nostri verdi anni correvamo per fortuna più svelti di lui e il tutto fini in un inutile inseguimento. Oggi ci sarebbero state denunce ed articoli sui giornali, ma allora tutto si prendeva con più filosofia.
Al ricordo della Vecchia Caccamolla la mia impazienza è subito sbollita e mi sono rassegnata a sopportare i giochi dei ragazzini in giardino. Cominciava a imbrunire e con il calare della luce anche gli strepiti calarono sino a chetarsi del tutto.
(Continua)










mercoledì 10 febbraio 2016

GIGI SCARPOLIN una postilla

Aggiunta alla storia del post precedente, da un commento di MoscO, anche lei “Scarpolina” nipote del nonno Gigi.

“Il nonno scarpolin conosceva piedi e scarpe di tutto il paese e oltre: durante la guerra si accorse che c'era un rifugiato a casa di paesani perché gli portarono da risuolare un paio di scarpe alle quali non sapeva abbinare i giusti piedi.

Grazie Franz, lo sapevo, ma non lo ricordavo, e mi pare una aggiunta importante.

domenica 7 febbraio 2016

GIGI SCARPOLIN

Ovvero: un post tira l’altro.
Traduttore:
scarpolin = calzolaio
Scarpolini = patronimico o successivamente anche matronimico e nome famigliare non ufficiale:
el Bruno dei Scarpolini, la Bepina Scarpolina, la Picena dela (dela con una sola l) Bepina dei Scarpolini…
Nonno Gigi e Nonna Piera 1951Il mio nonno materno era calzolaio, non di quelli che si limitavano ad aggiustare le scarpe, lui le scarpe oltre ad aggiustarle le faceva.

Ricordo la vecchia bottega di casa, una stanzetta a piano terra, a sinistra della porta d’entrata;autunno  1995 casa mezzana
(Foto di MoscO) (La porta è ancora la stessa, persino i vetri sono gli stessi di quelli della foto precedente, settanta anni dopo)

un deschetto davanti alla piccola finestra incastonata in muri fatti di pietra spessi novanta centimetri, tre sgabelli attorno e sopra ciotole piene di chiodi: a spillo, con la testa grande e piatta, di legno (i cavicli), borchie con la testa tonda, semenza con il gambo quadro e tanti ancora. Poi trincetti, la pietra e la cote per affilarli, lesine, aghi grandi e piccoli, curvi e dritti, il blocchetto della pece per impeciare i fili…
Sulla parete opposta una scansia piena di pezze di pelle, di fogli di gomma e soprattutto forme in legno, piedi e piedini di tutti i tipi. C'erano anche le forme personalizzate per chi nel paese aveva qualche peculiarità, il dito storto del Gioanìn o l'alluce valgo della Meneghina...
Allora le scarpe dovevano durare ed essere comode, si camminava tanto: nei boschi, nei campi, sulla neve... Scarpe solide da lavoro e scarponi da montagna per lo più, ogni tanto qualche scarpina fine, per i pochi benestanti di allora.
Mia madre, che se ci fosse ancora avrebbe compiuto i novant'anni da poco, raccontava con nostalgia di un paio di scarpine in capretto, morbide ed eleganti, che suo padre aveva fatto per lei; le uniche fini che avesse mai avuto da ragazza.
Figlia di un calzolaio era tra i pochi bambini previlegiati che anche nella buona stagione potevano portare le scarpe, anzi, doveva portarle. Lei se ne adombrava e, non volendo essere diversa, uscita di casa le toglieva nascondendole nella legnaia per correre scalza a giocare con gli amici.
beppina che legge
Eccola qui in primo piano, scalza, che legge.
Negli anni ‘70 la bottega e la cantina furono ristrutturate e diventarono un minuscolo appartamento dove andavamo durante le vacanze.
Non tutto però è scomparso, ecco un ritaglio da una foto del ‘73, in alto sopra la finestra c’è qualcosa…mezzana 1973002a
Alcune delle vecchie forme in legno.
Che dipenda da questa storia la mia passione per le scarpe? Winking smile




martedì 28 aprile 2015

AD UNA FESTA HO INCONTRATO IL DIAVOLO E LO HO ASCOLTATO PARLARE

Sono stata in una piccola città, bella, vie strette, case colorate

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Ad una festa, grande, piena di gente, anche quella di tutti i colori

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Fianco a fianco giovani donne, e vecchi signori
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Insieme per ascoltare la narrazione della storia di questo paese che adesso condividiamo, con lo stesso interesse quelli che ci sono nati e quelli che ci sono arrivati Tra tutti gli altri  ad ascoltare c’era anche il Diavolo in persona, che, durante il concerto, ha preso il microfono e ha detto la sua anche lui.

Lo hanno applaudito in migliaia, il Diavolo, Il Comandante Diavolo


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Germano Nicolini, al Dievel

Modena City Ramblers - Al Dievel ( Il comandante Diavolo )

La testimonianza di Nicolini è presente in Materiale resistente, documentario del 1995 diretto e girato da Davide Ferrario e Guido Chiesa. Materiale resistente è un'opera incentrata sul sentimento antifascista e sulla riscoperta dei valori etici della resistenza e che trae spunto dal concerto di Correggio del 25 aprile 1995, cui diede il suo contributo lo stesso Nicolini. Agli spettatori del concerto che l'accolgono sulle note di Bella Ciao, il comandante "Diavolo" dice[7]:

« Il vostro [canto] è una testimonianza di partecipazione [...] Io sono una persona del popolo molto modesta, che ha fatto solo il suo dovere di italiano. Io credo che voi con questo canto, con questo vostro entusiasmo giovanile che mi riporta a 50 anni fa quando anch'io avevo 25 anni, io credo che voi abbiate voluto ricordare tutti i partigiani, non solo della mia zona, i 70 caduti in combattimento, ma tutti i partigiani d'Italia [...] Io non sono un cultore della musica moderna, non sono neanche un esegeta cioè non riesco a capirla in tutta la sua profondità, sento comunque che parte dall'animo e sento che voi oggi traducete nella musica, nell'entusiasmo, nella passione, nelle sofferenze e nello spirito di lotta dei partigiani quello che noi siamo stati! Io ho avuto il modo di cantare quando ero in carcere ricordando coloro che mi davano la forza di resistere, perché sapevo di essere un partigiano pulito ed onesto che meritava il rispetto del Paese e non la carcerazione. La forza di resistere mi è venuta dal fatto che mi sentivo sempre l'uomo partigiano che combatteva per una causa giusta che non era terminata il 25 aprile, perché noi abbiamo combattuto per un'Italia diversa! »

Venti anni dopo, a 70 anni dalla liberazione il Comandante Diavolo è di nuovo sul palco di MATERIALE RESISTENTE 20.15

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E quello che ha detto è stato tutt’altro che scontato e retorico.
Grazie Comandante Diavolo!

Rimando ai prossimi giorni il post sul concerto

venerdì 13 dicembre 2013

UNA CORONA PER ASPETTARE IL SOLE

Ovvero un rito apotropaico per cacciare il buio
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E’ freddo, umido, nebbioso, se stendi i panni non si asciugano, comincia a fiorire qualche muffa sui muri di casa, anche l’artrosi cervicale approfitta della situazione per farsi sentire.
E alle quattro di pomeriggio è già scuro.
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Il mondo appena fuori casa

In poche parole  bisogna convincere il Sole che è ora che riemerga un po’ prima dall’orizzonte.

A fine novembre lo ho incontrato un giorno che aveva finalmente deciso di cacciare il naso fuor dalle nubi  e rispettosamente gli ho fatto notare che era ormai dal 22 settembre che ogni giorno si faceva vedere più tardi, che sarebbe stato carino se si fosse deciso ad alzarsi un po’prima la mattina. Lui niente! Fa il prezioso dice che non ne ha voglia, che tanto con questa crisi che si alza a fare, che se non si impegnano nemmeno i governanti perchè mai dovrebbe impegnarsi lui, (pure qualunquista ‘sto Sole mi sta diventando) e avanti con la solfa. Insomma, per convincerlo a darsi un po’ daffare ho dovuto promettergli un Adventskranz come si deve fatto secondo tutti i crismi. Così i giorni scorsi sono andata per campi e giardini a cercare la materia prima e mi sono messa al lavoro.
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La corona dell’avvento (Adventskranz) di quest’anno è in rami di cedro

Il primo dicembre, domenica,  ho acceso la prima candelina e per tutta la settimana alla sera la ho fatta ardere, poi l’otto di dicembre, sempre domenica, ho acceso anche la seconda, ed il quindici toccherà alla terza. Ho fatto le cose per bene, solo ho omesso l’invocazione tenendosi tutti in circolo per mano.
Se il 22 di dicembre, quando anche alla quarta candela verrà data fiamma, il Sole non si dovesse decidere tornare non so proprio più come fare per convincerlo.

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Questa qui sopra ,dell’altranno, è in cipresso

Scusate la storiella scherzosa, mi è venuta così senza premeditazione. Ora un poco più seriamente ecco le cose come stanno. La tradizione nordica della corona dell’avvento (Adventskranz) è un sovrapporsi tra antichi culti dedicati al sole e cristianesimo, un po’ come capita per l’albero di natale. A casa nostra la si è sempre fatta sebbene con spirito decisamente pagano.
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Questa di Terre Alte è una in classico in abete

L’usanza prevede che a partire dalla prima domenica di avvento la famiglia la sera si ritrovi tutta insieme e che reciti le orazioni tenendosi per mano attorno alla corona con una sola candela accesa, così per tutte le sere della settimana.
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Ecco la mia Adventskranz di questo dicembre accesa

Al giungere della seconda domenica d’avvento si accenderà anche la seconda candela procedendo nel percorso di avvicinamento al natale sino all’ultima domenica quando le candele saranno accese tutte quattro.

Sono consuetudini, che sebbene in casa nostra non si sia mai pregato, mi accompagnano sin da quando ero bimba. La corona dell’avvento la si faceva, e alla sera si accendevano le candele, poi qualche volta, per il piacere di stare insieme, senza bisogno di orazioni, con mio padre e mia sorella ci si teneva un po’ per mano guardando le fiamme danzare.

Nell’ottobre di quasi dieci anni fa, in uno dei suoi ultimi giorni, mio padre ci chiese di non dimenticarci di fare l’Adventskranz e, accendendone le candele, di ricordarci di lui.
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Per finire la più bella, corona e foto sono di TerreAlte.

domenica 24 novembre 2013

ALI ALLE PAROLE E VENTO ALLE ALI

2011-08-290147a Se la rete serve a qualcosa è senza dubbio a far volare le idee, quindi
riprendo e pubblico dal blog di Luigi Bruschi “LA CITTA’ INVISIBILE” l’ intervista a

JOSE’ MUJICA
presidente dell’Uruguay, realizzata da Riccardo Staglianò

“La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere [...] d’altronde chi non è felice con poco non sarà felice con nulla.”

Diamo vento alle ali di queste parole, che volino alto e lontano.

giovedì 12 settembre 2013

11/09/1973 IL CILE QUARANT’ANNI FA

Non c’è un solo undici settembre e quello del 2001 non è detto che sia stato il più tragico

Intervista a Luis Seplveda

http://www.radio.rai.it/podcast/A42669538.mp3